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Full text of "Bullettino dell'Istituto storico italiano"

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im 


468 


fibrarn of 


Princeton Unibersity. 


Glisabeth Foundation. 


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ISTITUTO STORICO 


ITALIANO 


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Bullettino 


DELL'ISTITUTO STORICO 


ITALIANO 


ROMA 


SEDE DELL’iSTITUTO 
PALAZZO DEI LINCEI, GIÀ CORSINI 


ALLA LUNGARA 


1918 


Roma, Tipografia del Senato di G. Bardi. 


CONTENUTO DEL FASCICOLO 


IL PaLixnsEsTO ASSISIENSE DELLA « Historia LANGORARDORUM » pr Paoto 
Diacoxo, per R. Morghen o... . 0.0... +. + + pag. 7 


NECROLOGIE: > Ji. ped Lo ad n LE a E SI 


n de nr | —_°___———_—»w—op 


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IL PALINSESTO ASSISIENSE 
della Historia Langobardorum 


DI PAOLO DIACONO 


Da an codice della Biblioteca Comunale d’Assisi, nel quale 
forse la pia ignoranza di un monaco medievale cancellò un giorno 
dalla pergamena i segni della scienza umana per tracciarvi sopra 
le parole della scienza di Dio, tornano oggi alla luce, dopo es- 
sere stati mascosti per circa dieci secoli nelle ultime pagine di una 
frammentaria raccolta di sermoni, quasi un manuale per predica- 
tori, alcuni frammenti della Historia Langobardorum di Paolo Dia- 
cono. Miseri avanzi anche questi del gigantesco naufragio che 
sommerse nel gran mare della produzione letteraria dell’evo medio 
e specialmente della Scolastica tanta parte della cultura classica e 
medievale ad essa precedente, allorquando si raschiavano dalle per- 
gamene le opere dei classici per dar posto alle parole dei santi e 
dei teologi, e nelle biblioteche dei monasteri giacevano dimenticati 
ed abbandonati all’opera dissolvitrice del tempo, ciò che doveva 
più tardi rattristare a Montecassino l’anima d’umanista di Gio- 
vanni Boccaccio, i codici che contenevano la sapienza profana spe- 
cialmente antica. 

Il Bethmann fu il primo che nel 1854, anno in cui fece il suo 
viaggio d’ esplorazione nelle biblioteche e negli archivi italiani, 
scoprì nel codice l’esistenza di questi frammenti di Paolo Diacono. 
Solo venti anni dopo circa fu pubblicata la notizia della sua sco- 
perta, in una succinta descrizione del codice stesso (1. 


(1) L. BerHumanw, Nachrichten iber die von ibm fur die « Monumenta Ger- 
« mantae Historica » benutzien Sammlungen von Handschriften und Urkunden Ita- 
liens, aus dem Jahre 1854 in Archiv, XII, 540. 


8 R. MORGHEN 


Nel 1834 poi questo passò, con tutta la biblioteca del Sacro 
Convento, al comune di Assisi, e poichè nella nuova destinazione 
gli fu cambiata segnatura, per una strana combinazione si perdette 
nuovamente di vista. Il Bethmann infatti lo indicava con la segna- 
tura antica « a. 20 », mentre l’Alessandri e il Mazzatinti che ne da- 
vano notizia nel 1894, indicandolo con la segnatura nuova « 585 », 
tralasciavano, nella loro brevissima descrizione, di dar notizia dci 
frammenti della Historia Langobardorum. Cosicchè si sapeva che 
nella Biblioteca Comunale d’Assisi v’ cra un codice palinsesto 
contenente frammenti di Paolo Diacono, ma se ne ignorava affatto 
la segnatura ©). 

Finalmente nel marzo del 1913, dopo pazienti ricerche, il codice 
fu di nuovo scoperto, si può dire, dal compianto prof. A. Crivel- 
lucci, il quale appunto in quel tempo attendeva a preparare l’ edi- 
zione critica della Historia Langobardorum di Paolo Diacono che 
doveva far parte delle « Fonti per la Storia d’Italia » pubblicate 
dall’ Istituto storico Italiano, edizione che la morte improvvisa poi 
non gli permise più di condurre a termine. Il prof. Crivellucci 
subito, come era naturale, si propose di studiare attentamente il pa- 
linsesto, per servirsi delle varianti nella sua edizione della Hi- 
storia Langobardorum, dato anche l’enorme interesse che questo 
suscitava risalendo ai primi del sec. ix e forse solo a pochi anni 
di distanza dalla morte di Paolo, dal momento che, come almeno 
diceva il Bethmann, lo si sarebbe potuto assegnare, per le caratteri- 
stiche della scrittura, al sec. vili « se non fosse una Historia Lango- 
« bardorum di Paolo Diacono » (®, L’ Istituto storico Italiano si 
diede quindi subito cura, per mezzo del suo segretario il commen- 
datore Ignazio Giorgi, di ottenere dal comune di Assisi il codice in 
prestito a Roma presso la R. biblioteca Casanatense ; ma il prestito 
fu negato. Solo si ottenne di poter fotografare i fogli palinsesti e ciò 


(1) Ecco infatti la descrizione che L. ALESSANDRI e G. MAzzaTINTI danno 
del codice nel loro Inventario dei manoscritti della biblioteca di S. Francesco 
di Assisî, Forlì, 1894: «58;. Sermones. A fol. 115 è l’inno Dwlcis memoria 
« di S. Bernardo. Membr. scc. xiv, mm. 178 X 130, ff. 186 scr. a due col. da 
« più mani. Leg. c. s. [cioè in mezza pelle] », 

(2) BETHMANN, loc. cit. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 9 


fu fatto eseguire nel dicembre del 1913, per ordine della Giunta del- 
l’ Istituto e per cura del Giorgi, dal P. Kogel, il quale, valendosi con 
un nuovo metodo della sensibilità grandissima che, rispetto alla vi- 
sione normale dell'occhio umano, hanno le lastre fotografiche, riu- 
sciva a riprodurre fin nei minimi particolari la scrittura antica ra- 
schiata, rendendola molto più visibile di quello che non fosse, veduta 
nell’originale stesso. Con tali fotografie del palinsesto era possibile 
leggerne molto più di quello che non avevano potuto fare il Beth- 
mann ed il Waitz; ed il prof. Crivellucci quindi si pose subito allo 
studio e alla trascrizione di questi frammenti che costituiscono 
senza dubbio una delle più interessanti fra le tradizioni dei mano- 
scritti dell’opera maggiore di Paolo Diacono. Avendo egli però 
lasciato, alla sua morte, il lavoro ancora abbozzato ed incom- 
piuto, le Giunta dell’ Istituto storico affidò a me l’ incarico di ri- 
prenderlo ex novo affinchè questi importanti frammenti potessero 
vedere finalmente la luce ©. 


DESCRIZIONE DEL CODICE. 


La sua segnatura, come già è stato detto, è « 585 », mentre l’an- 
tica era «a. 20 ». Membranaceo di cc. 186 numerate a lapis quando 
passò dalla biblioteca del Sacro Convento alla Comunale di Assisi, 
misura mm. 178 X 130. Contiene una miscellanea di opere asce- 
tiche, come si dice alla c. 2, dove è scritto di mano del P. Lipsin 
che fu verso la metà del sec. xvi bibliotecario del Sacro Con- 
vento: «Hic liber diversa continet opuscula, sententias ex s. Ber- 
« nardo et alia non spernenda, ut sunt homiliae seu discursus mul- 
« tiplicati, pro Dominicis et Festivitatibus.  Adversaria ascetica et 
« Sylva Predicabilis ». Il testo comincia alla c. 4 A evidentemente 
mutilo con le parole: « Nota ista duo verba: videns et flevit... » 
e contiene principalmente dei sermoni composti tutti secondo lo 


(1) La trascrizione lasciata dal prof. Crivellucci, la quale io ho potuto vedere, 
è incompleta ed ancora ben lungi dall'essere definitiva. Egli mirava del resto 
più che a mettere in evidenza tutto ciò che il codice poteva dare, a giovarsi 
solamente delle varianti più sicure e più facilmente visibili per la sua edi- 
zione della Historia Longobardorum. 


Bullett. Ist. Stor. 1° 
JE 


10 R. MORGHEN 


schema comune del tempo. L’autore enuncia generalmente un ver- 
setto biblico od evangelico e lo commenta poi scolasticamente di- 
videndolo in varie parti. Dalla c. 4A alla 12 A, come anche dalla 
c. 82A alla c. 115 D, sono contenuti sermoni su argomenti varî. 
Dalla c. 48 A alla carta 81 D vi sono generalmente sermoni « de san- 
« ctis » e « de tempore », mentre quasi esclusivamente « de tempore » 
sono quelli contenuti dalla c. 117 A fino alla c. 176 p. Dallac.14A 
incominciano poi colle parole: « Spiritus in quid vult spirat... » 
altri sermoni e scritti ascetici senza alcuna rubrica o indicazione 
di contenuto e vanno fino alle c. 473. Alla c. 1774 comin- 
ciano dei Sermones generales che terminano certamente mutili 
con le parole « ... virgo beata... » alla c. 18640. Dalla c. 12B 
alla c. 13 D sono contenute delle sentenze di san Bernardo ed è 
questo l’unico luogo in cui si nomina espressamente l’autore: « In- 
« cipiunt sententiae beati Bernardi ». Dalla c. 115 A alla c. 116 B 
è contenuto l’inno: « Dulcis memoria » pure di san Bernardo, ed 
alla c. 116 B vi è un altro ritmo che principia: « heu miser infelix 
«qui tantum loquelis precor Ihesum » e termina: « Patet superne 
« fili eterne spes alme. Amen ». | 

I primi tre fogli del codice sono strappati da un altro e sopra 
vi è scritto in caratteri gotici da messale con annotazioni di varie 
mani ed in diversi sensi. Gli scritti in gotico da messale sono 
frammenti liturgici. Le annotazioni sono anch'esse, salvo rare 
eccezioni, brani di preghiere o sentenze come quella nel margine 
superiore della c. 1: « Crescit ecclesia cum afligitur, intellegit cum 
«arguit, secura remanet cum sola relinquitur, superat cum su- 
« peratur ». 

Vi è qualche rara annotazione a piè di pagina durante il testo, 


(1) Chi sia l’autore di questi sermoni non è mai detto nel codice ed a 
me sembra anche difficile poterlo stabilire, tanto più che di questo materiale 
sermonistico anonimo si trova grande abbondanza in tutte le biblioteche. Forse 
dato anche il carattere miscellaneo del codice si può pensare che non siano tutti 
sermoni di un medesimo autore, ma che siano sermoni o schemi di sermoni che 
qualche frate predicatore abbia raccolto da varî autori, quasi per formarne 
un manuale che gli fosse di aiuto e di guida nell’esercizio del suo ministero. 
Esempi di siffatte raccolte sono frequenti. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE II 


e qualche nota o richiamo nei margini. La scrittura è la 
gotica con moltissime abbreviazioni e le mani sono numerosis- 
sime. Spesso la mano cambia più volte anche nella medesima 
pagina. Le iniziali e le rubriche sono in rosso. Talvolta man- 
cano ed allora si trova lo spazio vuoto lasciato al rubricatore. 
Dalla c. 824 in poi le iniziali sono colorate in turchino e rosso 
ed ornate con grande finezza. Le pagine della scrittura sono di- 
vise in colonne eccettuato qualche rarissimo caso. Le carte del 
codice non portano alcuna indicazione di quaderni. Il codice si 
può assegnare per alcune parti al xm secolo, mentre per altre 
parti e specialmente verso la fine, dalla c. 82 A in poi, la scrit- 
tura minutissima, le numerosissime abbreviazioni e le iniziali co- 
lorate ed ornate con grande finezza lo fanno assegnare con pro- 
babilità al sec. xrv (. La legatura del codice è recente: risale 
alla fine del 1700 ed è in mezza pelle. La proveniènza ne è molto 
oscura. 

Sul margine superiore della c. 4 A vi è scritto di mano del 
P. Lipsin: « Biblioteca Sacri Conventus Assisiensis » e questo 
è tutto quello che possiamo sapere. Probabilmente però deve 
essere entrato a far parte della biblioteca del Sacro Convento 
dopo il 1381, poichè non compare nell'elenco dei codici della bi- 
blioteca stessa, redatto appunto in quell’anno e pubblicato dal- 
l’Alessandri 03), 


(1) Alla c. 1708 vi è, nel margine superiore, una curiosa nota di un 
amanuense. Vi è scritto: «est expectare species quasi mortis», e di mano 
diversa « amare », e sotto, della mano di prima: « est nimium durum semper 
« expectare futurum ». 

(2) Il Bethmann (loc. cit.) lo assegna al x scc.; l’Alessandri ed il Maz- 
zatinti (loc. cit.) al xiv sec. Io credo che nessuno di essi si sia ingannato, 
ma solo abbia creduto di poter estendere a tutto il codice le caratteristiche di 
una parte soltanto di esso. 

(3) Inventario dell'antica biblioteca del S. Convento di S. Francesco in As- 
sisi, compilato nel 1381, pubblicato con note illustrative e con raffronti ai 
codici esistenti nella Comunale della stessa città dal bibliotecario LETO ALES- 
SANDRI, a cura e spese della Società internazionale degli Studi Francescani, 
Assisi 1906. 


12 R. MORGHEN 


IL PALINSESTO. 


Il codice è palinsesto nelle ultime carte e precisamente dalla 
c. 155 A alla c. 158 B, e dalla c. 177 A fino alla c. 1864. Le 
linee della scrittura abrasa sono stese in senso perpendicolare a 
quelle della scrittura sovrapposta ed appaiono cancellate e raschiate 
con maggior cura nei luoghi in cui si trovano sotto la scrittura 
più recente, mentre sono ancora abbastanza in buono stato dove 
escono fuori dei limiti di essa. Certamente, oltre che all'abrasione, 
il codice fu sottoposto anche ad una lavatura decolorante, ec ciò 
appare evidente sia per le larghe macchie che si trovano in quasi 
tutte le carte, sia anche per la deformazione delle lettere originata 
spesso evidentemente dalla detormazione stessa delle fibre della per- 
gamena avvenuta a cagione della lavatura. Questa antica scrittura 
abrasa, di cui abbastanza visibili rimangono nel codice solo poche 
traccie, ci conserva dunque dei frammenti della Mistoria Lango- 
bardorum di Paolo Diacono appartenenti ai capitula del II libro, 
ed a brani del II, del V c del VI libro. 


Essi sono distribuiti come appare dal seguente prospetto: 


ce. Lib. 
177 A «+. HI... Capitula nn. 4-7; 10-14. 
177 B - «HH... Capitula nn. 18-22; 25-28. 
178 A - +. HH... Capitula nn. 31, 32; frammenti dei capp. 1, 2. 
178 B «+ + H... Frammenti dei capp. 2, 3. 
136 A 


179 B 


. HI... Capp. 16, 17 quasi interamente. 
185 A 
180 B 
185 B 
1804 U ... 11... Fine del cap. 23, capp. 24, 25, 26, 27 € 


158 B buona parte del 28. 
ISS A 
158 A 
155 B 
157B 


Ra Frammenti del cap. 7 


(1) Sulla <, 186 B non v'è alcuna traccia di scrittura abrasa. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 13 


ce. Lib. 
Li . .« V.. +. Fine del cap. 7 e buona parte del cap. 8. 
) 
182 B 
183 A 
‘182 A 
133} B 
134 A 
ISI B 
184 B 
ISLA 


. V. +. Cap. 27 fin quasi dal principio e capp. 28, 
29, 30, 31. 


. VI... Frammenti del cap. 24. 


Dall'esame di questo prospetto si rileva subito che il formato del 
codice originario di Paolo doveva essere doppio di quello del codice 
attuale poichè il testo, tranne che nelle cc. 177 e 178, continua senza 
interruzioni oltre la piega mediana della legatura, nelle carte appar- 
tenenti ad uno stesso foglio. Per esempio, le cc. 185 A, 180 B, e le 
cc. 185 B, 1804, formano rispettivamente il recto ed il verso di 
una carta dell’antico codice (che, piegata in due, costituisce un foglio 
del nuovo), in cui la scrittura si stende continuata, scritta in due 
colonne, nel senso della maggior dimensione della carta stessa. 

Le prime due carte (177, 178) appartengono a carte dell’antico 
codice dimezzate; lc altre formano due quinterni, il primo di quattro 
fogli, ognuno dei quali comprende due carte recto e verso (cc. 179- 
186); il secondo di due fogli (cc. 155-158). Cosicchè, conclu- 
dendo, tutto il palinsesto è formato di sci carte dell’antico codice 
piegate a metà e divise in due quinterni, l’uno di cc. 8, l’altro 
di cc. 4; abbiamo inoltre due mezze carte staccate (cc. 177, 178). 

Le pagine della scrittura sono divise in due colonne, e le lince 
della rigatura sono irregolari, spesso tracciate con molta forza, pro- 
babilmente a secco. Nel mezzo della pagina abbiamo talvolta 
quattro linec, in senso normale alle altre, che dividono lo spazio 
fra le due colonne, c due linee anche in senso normale alle altre 
ai margini della pagina stessa. Talvolta non si scorge traccia di 
di rigatura. Manca ogni indicazione di quaderni ©). 


(1) Alla c. 183 B in fondo alla colonna di destra vi è veramente un numero 
romano abbastanza visibile, ma certamente è il numero del capitolo che veniva 
dopo, che è appunto il XXXII. 


14 R. MORGHEN 


La scrittura © l’onciale. Le lettere ora più grandi, ora più 
piccole, ora tracciate con una certa cura, ora invece delineate con 
rozzezza. La varietà dell'aspetto attuale di esse è dovuta forse 
anche, come abbiamo già detto, alla lavatura subita dalla pergamena, 
tanto più che nelle cc. 182 8, 183 A, dove la scrittura appare più 
chiara e meno danneggiata, essa si presenta più regolare e più 
calligrafica che non nelle altre carte. L’a è obliqua e general- 
mente, come anche l'o, più piccola delle altre lettere. L’e è 
piuttosto grande con l’ansa chiusa e spesso col tratto mediano 
prolungato. Le lettere f, ), /, n sono fornite di trattini se- 
condari. 

La f c la pf prolungano generalmente la loro asta al disotto 
del rigo, mentre ciò non avviene mai per la r. 

La t è sempre capitale, fornita di trattini secondari e spesso 
molto più alta delle altre lettere. La d ha la curva inferiore 
molto più sviluppata della superiore; la forma della / è ondeg- 
giante fra la minuscola e la maiuscola. La q è grande e con 
l’ansa aperta; la r piccola, con l’ansa molto sviluppata ed aperta 
inferiormente, e con il secondo tratto pochissimo prolungato; la s 
generalmente onciale, ma talvolta, specie in fine di parola, anche 
semionciale. 

Ma la lettera più caratteristica è senza dubbio la m, che ha 
le curve bene sviluppate, le quali s' incontrano chiudendosi in modo 
da formare come un 8 rovesciato (00) ©. 

In fine di parola, nella terza persona plurale dei verbi, si trova 
usato il nesso n!. Quanto poi alle abbreviazioni, la linea serve 
generalmente ad indicare la m negli accusativi, mentre sovrapposta 


(1) Questo breve esame delle forme calligrafiche della scrittura di questo 
codice ci dimostra abbastanza chiaramente quanto siano relative certe classifi- 
cazioni dei codici di diverse cpoche, basate sulle diversità caratteristiche delle 
lettere. In questa scrittura troveremnmo infatti, secondo lo CHATELAIN (Uncialis 
scriptura codicum latinorum novis exemplis illustrata, Lutetiac Parisiorum, 1901-902) 
la 4 obliqua e la e col tratto mediano prolungato, caratteristiche dei codici 
semionciali del v secolo, insieme alla r con l'ansa aperta e molto sviluppata 
e le lettere fornite di tratti secondari forti, che sarebbero invece caratteristiche 
dei codici del vir e dell’ vin secolo. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 15 


alla e costituisce l’abbreviatura di «est». Il « per » è abbreviato 
con f, il « que » con gq. generalmente anche in « namque », « atque», 
« quoque », « usque » &c. Ricorrono anche le abbreviature « sci » 
(sancti), « epo » (episcopo), « archieps » (archiepiscopus). I dativi 
plurali della terza declinazione vengono abbreviati con db: come 
appare evidentemente nel « fulgentib: » della c. 182 A. 

Le iniziali, maiuscole, escono fuori del rigo nel margine; e 
maiuscole fuori del rigo troviamo non solo in principio di periodo, 
ma anche nel corpo del periodo stesso. 

I principî dei capitoli hanno talvolta iniziali molto grandi, 
ornate rozzamente a varî colori. Da «quod ita » della c. 181 A 
ad « ovium» della c. 184 B è evidentissimo un cambiamento di 
mano nella scrittura. Si tratta probabilmente di un altro ama- 
muense che ha preso per un momento il posto del primo, che ri- 
prende poi subito la sua scrittura. In questo breve tratto di mano 
diversa le lettere sono più grandi, con i trattini secondari molto 
sviluppati; la m si appoggia col tratto mediano come su di una 
base (caratteristica, secondo lo Chatelain, dei codici semionciali del 
secolo vi); ed in genere la scrittura presenta, rispetto a quella 
dell'altro amanuense, un carattere di maggiore raffinatezza che si 
cambia talvolta quasi in artificiosità. Un'altra particolarità poi di que- 
sta scrittura è l’abbreviatura di « autem » (au”), che riesce stranissima 
in un codice onciale e che ci rivela, secondo me, in modo molto 
evidente, un amanuense abituato a scrivere generalmente una mi- 
nuscola od una corsiva, cosicchè l’onciale non gli era una forma 
spontanea di scrittura, ma una forma riflessa d’imitazione. E 
che l’onciale di tutto il codice in genere sia un’ onciale d’imi- 
tazione lo provano anche sufficientemente la stentatezza del duc- 
tus, la forma caratteristica della 71 che non si trova mai nei 
codici onciali nè semionciali dal vallo vin secolo ©), la mancanza 
della forma onciale della # che è sempre capitale, ed infine, 
benchè questo sia argomento di minore importanza, una certa 


(1) Ho scorso a questo scopo tutti i facsimili dei codici onciali e semion- 
ciali dal v allo vini secolo dell’Uncialis Scriptura dello ChateLAIN. Sull’esame di 
questi, che sono circa una sessantina e rappresentano i codici più importanti 
di questa scrittura, fondo la mia asserzione. 


16 R. MORGHEN 


— ———————— 


promiscuità di forme diverse (per esempio la s ora onciale ora 
semionciale). 

Dato ciò, io credo di non poter condividere l’opinione del 
Bethmann che afferma si potrebbe assegnare, per le caratteristiche 
della scrittura, questo codice al secolo vini, se non contenesse una 
Historia Langobardorum di Paolo Diacono; ma credo che, anche 
a prescindere dal contenuto, si debba senz’altro porre nel Ix se- 
colo e forse nemmeno proprio al principio. 

Ma un’altra cosa abbastanza importante dobbiamo infine no- 
tare; ed è che spesso troviamo, fra le parole, dei punti e dei 
doppi punti che non hanno l’ufficio d’indicare, almeno sempre, 
le pause logiche del periodo, perchè spesso si trovano dove la 
continuità logica del pensiero non richiederebbe alcuna pausa e 
talvolta anche nel mezzo di una stessa parola (cf. «eis . dem», p. x), 
ma che indicano invece il ripetersi di determinate cadenze ritmiche, 
segnando in una parola il cursus nell'opera di Paolo. Io mi 
sono limitato a notare solamente quei punti che mi sembravano 
più sicuri (cosa non sempre facile dato lo stato del codice) e nella 
grandissima maggioranza dei casi ho ritrovato sempre le clausole 
ritmiche del cursus medievale quali in genere furono poi fissate 
da Alberico di Montecassino alla fine dell’x1 secolo, e da tutti gli 
altri trattatisti delPars dictandi0. 

Ecco i principali esempi di clausole verificate: 


Cursus planus: 


«quòque francorum » (p. n); «adiutòres fuérunt» (p. m); « bellicòsum 
«et fòortem» (p. IV); «tòta sic cépit » (p. vin); «luce subtrictus » (p. 1x); 
« unus ex Cis » (p. x); «dari precépit » (p. x1); « vindicatora exdrsit » (p. xm); 
« néfas consénsum » (p. xI1); «nequiquam ut pùtas» (p. x); «roseminda 
«sum fnquid» (p. xim); «milum quod fécit» (p. xi); «duci precépit » 
(p. xvil); « qòndam germanos » (p. XIX); « baptismum fiébat » (p. xx); &c. 


Cursus tardus: 


« Narsis fidéliter » (p. IV); «universam itdliam » (p. x); «quimvis cal- 


(1) L. BETHMANN, loc. cit. 

(2) Il doppio punto oltre ad indicare una clausola, coincide spesso con la 
fine del periodo e corrisponde in ogni modo generalmente ad una pausa più 
forte di quella indicata dal semplice punto. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 17 


« cdribus » (p. x); « hibens fidiciam » (p. xvin); «fonte perémeret » (p. xx); 
« diversa disparuit » (p. xxu); &c. 


Cursus velox: 


« quiliter ipse Narsis » (p. 1); «itilia vocitàri » (p. vir); «litore consti- 
«tùta » (p. x); «itiliam debastibat» (p. x); « vivere non sinébit » (p. xvIn); 
«intùlerant benebéntum » (p. xx); « infintulos baptizibant » (p. xx); &c. 


Cursus trispondaycus: 


e primum ddherénti» (p. Iv). 


Forme secondarie. Due trisillabi proparossitoni: 


« Alboin igitur» (p. vir); « vùlgares sirmatas » (p. IX); « obsidéntibus trà- 
« didit » (p. x); « médio còncidens» (p. x); «séceris fécerat » (p. x1); iuvé- 
e nibus hostium» (p. xvit). 


Un trisillabo proparossitono seguito da un bisillabo parossitono: 


«sapientissimo viro» (p. 1); «sacerdotium gérens» (p. vil); « aliquod 
« ménses » (p. IX). 


Oltre tutte queste forme che sono proprie del cursus me- 
dievale posteriore all’ xI secolo, troviamo anche altre forme che poi 
o furono abbandonate o divennero rare. Per esempio: 


Due bisillabi parossitoni: 


« Ora maris » (p. vi); «multos sécuni » (p. IX); «adhibére nolet » (p. XIV); &c. 


Un bisillabo parossitono seguito da un trisillabo pro- 
parossitono : i 

« pàrte pònitur » (p. VI); « sùc nomine » (p. VI); « frétum siculum » £p. VI); 
« obsidibnem pérferens» (p. 1x); «maris litore» (p. x); «mediòcre édium » 
(p. xIx); «Usque héodie » (p. xx1); &c. 

Anche da ciò si può adunque vedere che, scbbene il cursus 
medievale sia stato codificato e fissato solo nell’ xi secolo da Albe- 
rico di Montecassino, pure dal sec. vii in poi, mentre andavano 
sparendo dalla prosa latina le clausole metriche classiche, si man- 
tenne sempre vivo il bisogno di dare al discorso una certa armonia 
riproducendo con l’accento tonico le clausole antiche di cui s'era 
perduto il valore metrico. 

E questo bisogno sorgeva del resto anche dalle esigenze della 
recitazione, per cui bisognava dividere il periodo in parti ritmiche, 


Bullett. Ist. Stor. è 


18 R. MORGHEN 


e dall’abitudine in genere di leggere i testi con voce cadenzata ed 
avente un certo ritmo musicale, abitudine passata dalla liturgia 
anche nella scuola in tempi in cui la cultura era quasi esclusi- 
vamente ecclesiastica‘, 


(1) Il De Santi nel suo pregiato articolo Il «cursus» nella storia lette- 
raria e nella liturgia (Civiltà cattolica, 1903, voll. XI-XII) mentre riconosce 
implicitamente la presenza del cursus ritmico nella prosa latina anche pre- 
cedentemente al sec. x1 affermando che «le regole di un’arte non si mettono 
«in carta se non quando sono già diffusc nell'uso pratico », asserisce d'altra 
parte che dopo il vir sec. non solo sparisce «la prosa metrica », ma « si perde 
«ogni traccia di un cursus come che sia cadenzato »; così che la prosa latina 
fino al secolo xI, cpoca in cui comincia a rifiorire la civiltà, « diviene scorretta, 
« dura, stentata ». Ciò non è esatto e basterà scorrere qualche testo dall’ vi al 
x scc. per convincersi subito che, al contrario di trovare assente in essi «ogni 
«traccia di cursus come che sia cadenzato », vi sono invece adoperate, se pure 
non costantemente, le principali clausole ritmiche che furono poi in uso. presso 
gli scrittori posteriori alla cosiddetta riforma di Alberico di Montecassino. Pren- 
diamo, per esempio, un altro brano a caso della Historia Laugobardorum : 

« His tempòribus Nirsis etiam Buccelino duci bellum intulit. 
« Quem Theudepertus rex Francorum, cum in Itdlia introisset [c. velox], 
« revérsus ad Gillias [c. tardus], cum Amingo alio duce ad subiciendam 
« Italiam dércliquerat. Qui Buccellinus cum pene totam Italiam direptioni- 
« bus vastaret et Thceudeperto suo regi de praeda Italiae munera copi6ésa con- 
«férret [c. planus], cum in Campania hiemire dispònerct [c. tardus], tan- 
« dem in loco cui Tannétum némen est, gravi bello a Narsete superàtus, 
«cxtinctus, est [c. furdus]» (Hist. Lang. II, 2, cd. WAITZ). 

La stessa cosa può notarsi per Alcuino: 

«Domino piissimo et praestantissimo et omni honére dignissimo 
« [c. tardus) Divid régi Flaccus Albinus verae bcatitudinis acternam in 
«Christo salùtem [c. planus]. 

« Dulcedo sanctae dilectionis vestrac 6mnibus hòris étiam et mo- 
«mentis [c. velox] aviditatem pectoris mei abundinter réficit; et decoris 
« vestri facies, quam sacpius amabiliter considerire soltbam [c. planus], 
«totas memoriae meae venas cum magna iocunditate desiderabiliter im- 
« plet; ct quasi multarum in corde divitidàrum spécies vestrae bonitatis 
«nomen et aspectus recònditur fc. tardus]. Idco magna mihi cst iocun- 
« ditas, vestrac dulcissimae prosperitatis audire laetitiam [c. tardus]» (Epist. 
78 in Monum. Alcuiniana ed. JAbFÉ, Bibl. Rer. Germ. VI, 344). 

Ecco infine anche un esempio di Liutprando: « Paucis igitur interpòsitis 
«annis, cum nmullus esset qui in orientali australive plaga Hungariis resi- 
«steret - nam Bulgariorum gentem atque Graecorum tributàriam fécerant- 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 19 


A completare l’ illustrazione del palinsesto basterà aggiungere 
ancora poche parole su un disegno rappresentante un cavaliere che 
si trova alla c. 179A dove non si scorge alcuna traccia di scrit- 
tura onciale, disegno di cui aveva dato notizia già anche il Beth- 
mann. Il disegno è a penna; gran parte di esso è fuori della 
scrittura gotica ed appare quindi abbastanza chiaramente. Il ca- 
vallo è tratteggiato con rozzezza e fa pensare per la sua imposta- 
tura quasi ad una tentata riproduzione di qualche monumento clas- 
sico. Il cavaliere, essendo sotto la scrittura, appare molto meno 
visibile. Col corpo di profilo e la testa di prospetto, con un gran 
berrettone sulla testa ed i lincamenti disegnati a tratti schematici, 
ha un aspetto, per quel che si può vedere, stilisticamente piuttosto 
strano, sì che difficilmente può dirsi a quale epoca possa rimontare. 
Trovandosi sul verso di una pagina scritta, si può supporre che 
l’amanuense non abbia interrotto bruscamente la sua scrittura per 
tracciare questo disegno e che quindi esso, pur essendo anteriore 
alla scrittura gotica che è del xm-xIv sec., sia sempre posteriore 
all’onciale del palinsesto e sia stato tracciato più tardi su di una 
pagina restata bianca o abrasa. Si potrebbe difatti assegnare a un 
dipresso al xn sec. per la maniera di disegnare che sembra, spe- 
ciaimente nel cavaliere, propria di un’età piuttosto avanzata ri- 
spetto alla scrittura onciale. 


IMPORTANZA DEL PALINSESTO. 


Questo palinsesto, come nota anche il Waitz , ci fornisce 
uno degli esempi più recenti i quali dimostrino che l’onciale ve- 


«ne quid inexpértum his Csset [c. plunus], quae sub meridiano atque occi- 
« dentali dégerent climate viscere sitagunt natiònes [c. velox]. Im. 
« menso itaque innumerabilique collécto extèrcitu [c. tardus], miseram pé- 
«tunt Itiliam [c. tardus]. Cumque iuxta fluvium Brentam defixis tentoriolis, 
«immo centònibus [c. tardus], triduo exploratoribus directis, terrae situm 
« gentisque multitudinem seu raritatem consciderarent, repedintibus nùntiis, 
« huiusmodi responsa suscipiunt fc. tardus]: Planities haec nonnullis pléna 
«col6nobus [c. turdus], uno, ut cernitis, ex latere montibus asperrimis dtque 
«fertilibus [c. fardus], Altero mari cingitur Adriatico; &c.» (Anta- 
podosis, lib. II, cap. 7. ed. PERTZ). 
(1) Neues Archiv, I, 537. 


20 i R. MORGHEN 


niva usata anche per opere profane, mentre si riteneva general- 
mente che fosse adoperata, eccetto che nelle sottoscrizioni, solo 
per moltiplicare libri e scritti ecclesiastici. Ma le varie forme di 
scrittura si adattano ai varî generi di produzione letteraria per esi- 
genze pratiche, non per il capriccio di chicchessia. È cosa notis- 
sima infatti come i notai usassero generalmente scritture corsive 
o minuscole come più adatte alle esigenze del loro ufficio, mentre 
le scritture maiuscole, fra cui l’onciale, come più calligrafiche 
e maggiormente intelligibili furono usate ordinariamente come 
scritture librarie per trascrivere codici d'ogni specie, senza distin- 
zione di sorta. Che poi fra i codici onciali si trovino in gran 
maggioranza opere d’arsomento religioso, si può benissimo attri- 
buire al fatto che nel tempo in cui fiorì questa scrittura, quando la 
cultura era quasi esclusivamente ecclesiastica e si diffondeva per 
tutto il mondo dall'austerità dei recessi monastici, si trascrivevano 
in maggior copia libri ecclesiastici o che servivano a scopi religiosi. 

Questi brevi frammenti di Paolo Diacono ci conservano una 
tradizione della Historia Langobardorum ben interessante, che non 
si può però facilmente classificare tra tutte le diverse famiglie di 
codici paolini, perchè ha una fisionomia abbastanza singolare, sia 
per una certa originalità di lezioni, sia per una curiosa scorret- 
tezza del testo. 

Quanto all’ortografia non si trova mai usato il dittongo ae ©) 
ed è abbastanza frequente la sostituzione della # con la d (« sicud » 
per « sicut », «inquid » per « inquit », « capud » per « caput » &c.) 
e della v con la b(« baleria », « grabi », « bobes », « benebentum », 
« bencbentana », « debastabat »). 

Questo potrebbe essere un indizio della provenienza del codice 
dal mezzogiorno d’ Italia 0). 

(1) Il Warrz (loc. cit.) afferma che vi sia usato leggendo «Siciliae » a 
C. 177 B, mentre vi è «sicilia E». 

(2) Cf. Erxesto Moxaci, Crestomazia italiana dei primi secoli con prospetto 
grammaticale e glossario, Città di Castello, 1912, p. 580. La maggior parte 
dei casi in cui si cambia la v in è nel mezzo di una parola si riscontra nei 
codd. e documenti della Campania. Vedi, nella stessa Cresfomazia la « Carta 


« capuana del 960 », le «Formule campane dei 963-964 » ed il « Ritmo cas- 
c s'inese n. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 21 


Le sgrammaticature e gli errori sono frequenti e forse non 
sempre dovuti a dei lapsus calami. Troviamo infatti « obi- 
«tum »' per « obitu », « Tuscia» per « Tusciam », « secudum » 
per « secundus », « adriaticinum » per « adriatici sinum », 
«italia », «planicie », «basilica » per «italiam », « planiciem », 
« basilicam »; «imperatoris » per «imperatori », « mirabilis » per 
« mirabili», «interficere » per « interficeret», «lacum » per «lacus », 
«angalorom » per « angalorum », «erant » e « possit » per « erat » 
e « possint », ed oltre a questi gli errori dovuti a pura disatten- 
zione come « grecit » per «grecis», « nfas» per « nefas» &c. 
Questa tendenza a trascurare la grammatica ci riporta forse an- 
ch’essa, come la scrittura, verso un epoca un po’ più tarda che non 
la fine del sec. vii od il principio del 1x, verso un’ epoca che si 
andava allontanando da quel rifiorimento della cultura proprio 
dell’età di Carlo Magno, quando gli amanuensi curavano con 
maggior diligenza le loro trascrizioni. 

Quanto poi alle varianti, la famiglia dei codici alla quale, secondo 
lo schema del Waitz, il palinsesto si avvicina di più è quella a cui 
appartiene anche Fr (Sangallensis, n. 635, sec. viti-1x), uno dei 
codici più antichi e più autorevoli dell’opera paolina. Con Fi 
infatti il palinsesto ha comune «in viribus» per « imbribus » 
(lib. II, 16), «umbra» per «umbria » (lib. II, 16), « legurie » 
per «ligurie » (lib. II, 26), « noverat » per « voverat » (lib. II, 27), 
« diversa » per «reversa » (lib. V, 31). Ma d'altronde conserva 
una certa indipendenza rispetto a questa famiglia sia seguendo 
in altri casi lezioni appartenenti ad altri gruppi di codici (special- 
mente Ar Br), sia perchè ha delle varianti tutte sue particolari, 
come ad esempio, « Nascitis » e « Narsentem » invece di « Narsetis » 
e « Narsetem » (lib. II, Capitula); «regni ante cupientem » in- 
vece di « regnare cupientem » (lib. II, 3); « speciosa » invece di 
« spatiosa » (lib. V, 25). 

Perciò io penserei che invece di porre il palinsesto come 
originato da x+ insieme ad Er ed x5, nel modo che fa il Waitz 
nello schema dei codd. paolini preposto alla sua edizione della 
Historia Langobardorum, si potrebbe forse invece porlo come ori- 
ginato da x5 insieme con Fi, col quale ha la maggiore affinità, 


22 R. MORGHEN 


c con x5.  Sicchè lo stemma dei codd. paolini sarebbe legger- 
mente modificato così: 


xI x2 x3 XL 


| zi DL e" 
xx I 2 C*I E 


AI 2 #% Di d i Pal.Ass. x6 


Questa è in breve l’importanza del palinsesto e la sua posi- 
zione di fronte agli altri manoscritti. Varianti che ci autorizzino 
a dare del testo interpretazioni nuove esso non ne ha, ma pure 
conserva per noi sempre un grande interesse, sia come monumento 
paleografico, sia come rappresentante di una tradizione dell’opera 
di Paolo Diacono che ha una certa peculiarità di fronte alle altre. 
E mi sia lecito, come conclusione, formulare una ipotesi. Dato 
che anche l’ortografia del codice ci riporta al mezzogiorno d’ Italia, 
il nome di Paolo Diacono non ci potrebbe far pensare a Monte- 
cassino come patria del codice stesso? È una ipotesi, ma forse non 
destituita di ogni fondamento. 

Per l'edizione mi sono attenuto alle seguenti norme: 

Ho stampato in nero ciò che si legge con sicurezza fuori della 
scrittura gotica; in verde ciò che si legge sotto la scrittura go- 
tica; in rosso ciò che è ricostruito. 

Si capisce che mentre ciò che è scritto in nero è di una quasi 
assoluta sicurezza, ciò che è scritto in verde e rosso è un po’ 
meno sicuro non essendo sempre possibile determinare esattamente 
il grado di visibilità di una lettera. Per il resto ho cercato di ri- 
produrre il codice il più fedelmente possibile in tutte le sue anche 
minime particolarità. 

Per le varianti ho collazionato personalmente o sull’originale 
o sulle fotografie i codd. A2, A *2, B2, C*1, d. Per Et mi 
sono valso della collazione esattissima che molto gentilmente hanno 
fatto per me il prof. Rostagno, dell'Istituto di Studi superiori di 
Firenze, bibliotecario conservatore dei mss. nella Laurenziana ed 
il dott. Mazzi sottobibliotecario della Laurenziana stessa. 


IL PALINSESTO ASSISIENSE 23 


——  ———e-,,r-,r  —————————————_————— ____ÉÉ_  —mmT_————____rryr—»—_m rrrr11———— 


Peri codd.A1,B1, FI mi sonoattenuto all’edizione del Waitz©, 

Ho ristretto l’apparato solo alle varianti più importanti e più 
sicuramente leggibili. Ed ora mi sia permesso ricordare con ri- 
conoscenza e con rimpianto la figura paterna di Ernesto Monaci 
che, fin si può dire alla vigilia della sua morte, s° interessò. di que-. 
sto mio lavoro prodigandomi consigli preziosi e utili suggeri- 
menti; e di esprimere i miei più vivi ringraziamenti al commen- 
datore Ignazio Giorgi, segretario dell’ Istituto Storico, che mise a 
mia disposizione con la sua consueta cortesia oltre ai tesori della 
sua esperienza, quanto potesse anche indirettamente giovare al mio 
studio; al prof. Pietro Fedcle che mi fu largo della sua dottrina 
e del suo aiuto amorevole; al prof. Enrico Rostagno e al dot- 
tore Curzio Mazzi, alla squisita gentilezza dei quali debbo, come 
già dissi, la collazione del cod. Er (Laurenziano, LXV, 35), ed 
infine al prof. Francesco Pennacchi, bibliotecario della Comunale di 
Assisi, che mi fu largo di notizie riguardanti la storia del palinsesto, 
e che mi usò mille agevolezze per lo studio del codice stesso. 


Roma, luglio 1918. 
RarraeLLo MORGHEN. 


(1) Collazionando i diversi codd. ho potuto constatare che in troppi luoghi 
l'esattezza dell'apparato critico del Waitz lascia a desiderare. Il lettore se ne 
persuaderà dando una scorsa al breve apparato che ho messo a piè del testo. 


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CARLO CIPOLLA 


Il 23 novembre 1916, colpito da un più fiero attacco del male 
che da più anni ne minava la vita, si spegneva in Tregnago il 
conte Carlo Cipolla, professore di storia moderna nell’ Istituto di 
Studi superiori di Firenze. 

A dire di tutta l’opera del Cipolla come cultore delle disci- 
pline storiche occorrerebbe un intero libro, poichè tutta l’attività 
sua fu dedicata ad essc. E copiosissima fu infatti la sua produzione 
scientifica, tutta ispirata ab più stretto rigore di metodo, illuminata 
da una serena e larga visione della realtà storica, sempre prege- 
vole per l’esattezza e la minuzia delle ricerche e per il valore dei 
risultati ottenuti. Quali attitudini naturali e quanto larga prepara- 
zione egli apportasse negli studi storici dimostra infatti la Storia 
delle Signorie italiane dal 1313 al 7530, opera sua giovanile e pur 
classica per bontà di metodo, ricchezza di dati, originalità di rico- 
struzione storica. | 

L’ Istituto deve e vuol ricordare l’assidua c pregiata collabo- 
razione avuta da lui, collaborazione che ne rivela soprattutto il 
valore grande e come conoscitore e come ricercatore delle fonti 
della storia italiana nell’evo medio: ricordare cioè un gruppo non 
numeroso ma assai importante di opere alle quali fa capo e nelle 
quali, per così dire, si fonde, la maggior parte delle ricerche e degli 
studi suoi di carattere locale, come quelle su Padova, Vicenza e 
particolarmente Verona, la cui storia, continuatore ed emulo di Sci- 
pione Maffei, egli s'era proposto d’ illustrare nei suoi più minuti 
particolari. 


52 NECROLOGIE 


Notiamo qui le vite degli Scaligeri pubblicate nel 1881, gli 
Studi su Ferreto dei Ferreti del 1885, Briciole di storia Scaligera pub- 
blicate in quattro serie tra il 1885 e il 1897, Le poesie minori riguar- 
danti gli Scaligeri edite nel nostro Bullettino in collaborazione con 
Flaminio Pellegrini nel 1902, e La Storia Scaligera secondo i docu- 
menti degli archivi di Modena, Reggio Emilia e Siena del 1903-1905: 
monografie tutte che dovevano servire di preparazione diretta e 
continua alla edizione delle Opere di Ferreto dei Ferreti vicentino, 
alla quale attese lungamente, e i cui due primi volumi /Jistcria re- 
rum în Italia gestarum ab anno MCCL ad annum usque MCCCXVIII, 
videro la luce nel 1908 e nel 1914 nelle Fonti per la storia d’Italia 
pubblicate da questo Istituto. 

Uomo di' salda fede volle rievocare nelle sue pagine la storia 
dei nostri più celebri monasteri, centro nello stesso tempo di vita 
religiosa e civile, eredi e custodi della latinità nel medio evo. 

Così nelle nostre Fonti per la storia d’Italia pubblicava nel 1898 
e nel 1901, in due volumi, quei Monumenta Novaliciensia Vetustiora 
della cui preparazione avanzata egli aveva già dato conto nel 1894 
in una Letlera a S. E. il senatore comm. Tabarrini Presidente del 
R. Istituto storico inserita nel nostro Bullettino; ma tra questa lettera 
e l'edizione è tutta una serie di studi preparatorî, quali le Ricerche 
sull’antica biblioteca del monastero della Novalesa del 1894 e 1900, 
due serie di Appunti di storia Novaliciense del 1896, e Briciole di 
storia Novaliciense pubblicate queste ultime nel 1900 nel nostro 
Bullettino. 

Frattanto era venuto illustrando altri due monasteri piemontesi, 
quello di S. Giusto pubblicando nel 1896, in questo Bulleltino, 
Le più antiche carte diplomatiche del monastero di S. Giusto di Susa 
(1029-1212); e quello di Pinerolo pubblicando nella Biblioteca della 
Società storica subalpina nel 1897 Il gruppo dei diplomi Adelaidini 
a favore dell'abbazia di Pinerolo. 

Ultimo nella serie, per tempo non per importanza, è il Codice 
diplomatico del monastero di San Colombano di Bobbio, lavoro par- 
ticolarmente caro al Cipolla, al quale egli aveva dedicato molti 
anni di studio intenso e di ricerche assidue, e che aveva fatto 
precedere da pregiate monografie storiche e pubblicazioni paleogra- 


NECROLOGIE 53 


fiche, quali i Codici Bobbiesi della Biblioteca Nazionale Universitaria 
di Torino con illustrazioni, due volumi in foglio, uno di testo, 
l’altro di facsimili, editi nel 1907. 

Del Codice di Bobbio, come del terzo volume delle Opere di Fer- 
reto contenente il Poema de Scaligerorum origine ed altre poesie 
minori di quello scrittore, il Cipolla, sorpreso dalla morte, non potè 
vedere l'edizione; ma l’uno e l’altro vedranno prossimamente la 
luce nelle Fonti per la storia d’Italia. 

Tale l’uomo e lo scrittore che, senza pur farne parte ufficial- 
mente, fu considerato sempre come dei suoi dall’Istituto che ne 
rimpiange vivamente la perdita. 


G. Buzzi. 


—______ 


54 VECROLOGIE 


TOMMASO CASINI 


Un altro lutto per l’Istituto: il 16 aprile dello scorso anno nella 
sua nativa Bazzano spegnevasi il prof. Tommaso Casini. 

Geniale cultore di critica letteraria e di storia, egli lascia nel 
campo degli studi in Italia un vuoto che la molteplice e impor- 
tante sua produzione rende anche più sensibile. 

Per la scuola alla quale aveva dedicato le sue cure migliori, sia 
come insegnante, sia come funzionario della Direzione generale delle 
scuole medie nel Ministero della pubblica istruzione, pubblicò una 
serie di volumi modernamente concepiti e ricchi di sana ed cqui- 
librata erudizione: è tra questi quel Commento alla Divina Com- 
media che, frutto dell’insegnamento giornaliero, doveva collocarlo, 
ancor giovanissimo, tra i più sicuri e chiari interpreti del poema 
SACrO. 

Nella storia predilesse il periodo del Risorgimento italiano par- 
ticolarmente in rapporto all’Emilia ed alla Romagna; e i suoi nu- 
merosi studi sull'argomento sono tra i più importanti per copia 
dei materiali raccolti come per bontà della trattazione. 

Notevoli però anche per il periodo medievale sono due recen- 
tissimi studi pubblicati nell’Archiginnasio, sui vescovi ed i vicari 
di Bologna. 

Nel nostro Istituto, dove rappresentava autorevolmente e atti- 
vamente fin dal 1900 la R. Deputazione modenese di storia patria, 
egli lascia di sè il più vivo e caro ricordo. 


G. Buzzi. 


NECROLOGIE 55 


ANTONIO MANNO 


Col barone Antonio Manno è scomparso uno dei più valenti 
ed apprezzati cultori delle discipline storiche in Italia. 

Nacque in Torino il 25 maggio 1834 da nobile famiglia sarda. 
Ingegno eletto, naturalmente critico e nello stesso tempo rico- 
struttivo, si dedicò con ardore allo studio della storia del Pie- 
monte e degli antichi Stati di Casa Savoia, della quale fu uno dei 
cultori più autorevoli. 

Nel 1874 entrò come socio nella R. Deputazione piemontese 
di storia patria di cui, divenutone poco dopo segretario, fu fino 
agli ultimissimi tempi l’anima. Insieme a Vincenzo Promis iniziò 
nel 1884 quella Bibliografia storica degli Stati della Monarchia di 
Savoia, continuata poi da solo e giunta ora al IX volume, la cui 
importanza ec pratica utilità hanno fatto sentire agli studiosi vivo 
il desiderio che sorgano per tutte le altre regioni d’Italia opere 
simili. In quello stesso anno egli pubblicava L'opera cinquantenaria 
della R. Deputazione di storia patria di Torino. 

Dalla bibliografia passava poco dopo alla edizione critica di 
testi storici colle Relazioni diplomatiche della Monarchia di Savoia 
dalla prima alla seconda restaurazione (1559-1814), i cui primi tre 
volumi relativi alla Francia (1713-1719) uscirono in collabora- 
zione con È. l'errero c Vayra tra il 1886 e il 1891. : 

Saggi importanti di storia piemontese medievale e moderna ci 
ha dato in numerosi articoli nella Miscellanea di storia italiana ed 
in altre collezioni storiche; ricordiamo qui in modo particolare gli 
Aneddoti della censura in Piemonte dalla Restaurazione alla Costi- 
tuzione © L'opinione religiosa e conservatrice in Italia dal 1830 al 
1$so, pubblicati nel primo e terzo volume della Biblioteca di storia 
italiana recente da lui fondata nel 1907 e giunta ora al volume 
ottavo. 

Grande autorità gli era riconosciuta da tutti nello studio dcl- 
l’araldica cui cgli, primo in Italia, dette forma c contenuto scien- 


56 NECROLOGIE 


tifici col Dizionario feudale degli antichi Stati continentali della Mo- 
narchia di Savoia e varie monografie sul patriziato italiano. 

AI lutto degli studiosi per la perdita del Manno si associa l° Isti- 
tuto di cui egli faceva parte fin dal 1898 come rappresentante della 
R. Deputazione piemontese di storia patria. 


G. Buzzi. 


NECROLOGIE 57 


PASQUALE VILLARI 


Morì a Firenze il 7 dicembre del 1917, chiudendo oltre i no- 
vanta anni la vita spesa con instancabile operosità negli studi, nel- 
l’ insegnamento, nell'educazione morale e civile del popolo italiano. 
Quando egli si spense, nelle tristi giornate che seguirono il disa- 
stro dell’ Isonzo, fummo presi, nella grande angoscia, per un istante 
dal dubbio che l’alto sogno del Villari di un’ Italia salda nell’unità 
del sentimento nazionale, nella disciplina in tutti gli ordini della 
società, nella maschia risolutezza ad affrontare ogni prova in guerra 
ed in pace, nella vigorosa serietà degli studi fosse svanito. Ma 
a mano a mano che il popolo italiano,, ripresa la coscienza del- 
l’ onore e del dovere, si stringeva intorno ai suoi giovani soldati 
in una sola volontà di sacrifizio e di resistenza, il pensier nostro 
si volse grato al Villari che, insegnando e scrivendo, per più di 
quaranta anni dal 1875, quando pubblicò le Lettere Meridionali, fino 
agli ultimi momenti, aveva proseguito con meravigliosa, insistente 
tenacia l’opera di redenzione nazionale, iniziata dagli uomini politici 
e dagli scrittori del Risorgimento. O egli additasse con sincerità e 
spesso crudezza di parola i difetti della vita nazionale, o con calore 
di eloquenza esaltasse la tradizione storica del popolo nostro, la sua 
voce squillò nella seconda metà del x1x e nei primi anni di questo 
secolo, incitatrice al dovere, alla bontà, alla giustizia sociale. 

Questo merito del Villari ci si presenta primo alla mente oggi che 
con fede ritemprata e rinnovati propositi 1’ Italia è fieramente risoluta 
a superare le prove più aspre per affermare al mondo il suo diritto. 

Ma qui vuole essere ricordata principalmente l’opera del Villari 
per l’Istituto storico Italiano. Trai primi a concepir l’idea di questa 
istituzione e ad indicarne i vantaggi per gli studi, come egli se ne dava 
giusto vanto nell’ adunanza plenaria del 7 febbraio 1898, il Villari 
appartenne all’ Istituto fin dalla fondazione, come membro nominato 
dal governo, e, dopo il Tabarrini, ne fu eletto alla presidenza che 
tenne fino al 22 gennaio del 1911, quando non potendo per la tarda 
età spendervi tutte le cure necessarie, non esitò a rinunziarvi. 


Bullett. Ist. Stor. 4° 


58 NECROLOGIE 


———Òzto =——_È—€@————————__—_1{ + ——— .—6m—_mm—m6@ 6@e————@—@——l1#—È—€@_;>_ 


Il Villari che per il suo temperamento e per l' influenza di un 
grande maestro, Francesco De Sanctis, era portato più che al freddo 
lavoro analitico e critico, allo studio ed alla rappresentazione sintetica 
dei fatti storici, sentiva per altro la necessità delle ricerche meto- 
dicamente eseguite, senza delle quali non può farsi ricostruzione 
storica che abbia qualche solidità di fondamento. Così egli che 
con lo stesso suo esempio si oppose a quella che si suol chiamare de- 
generazione erudita, pur inevitabile in un tempo nel quale il lavoro 
paziente e laborioso dell’ indagine minuta dei fatti storici rispondeva 
ad un bisogno effettivo ed universalmente sentito, come membro 
e come presidente dell’ Istituto storico Italiano svolse opera assidua 
ed amorosa per lo studio e la edizione delle Fonti per la Storia 
d’Italia. Era difatti questo un compito di alto interesse nazionale, 
al quale con forze concordi avrebbero dovuto cooperare tutti gli 
studiosi d’ Italia. Nè il Villari perdette mai di mira il disegno pri- 
mitivo dell’ Istituto, anche se praticamente, per molte ragioni, non 
potè esser sempre colorito, di coordinare l’azione ed i lavori delle 
Deputazioni e delle Società di storia patria per dare possibilmente 
unità d' intento e di metodo al vasto lavoro di ricerche storiche 
che si veniva compiendo nelle varie regioni d’ Italia. 

Tra i numerosissimi scritti più o meno estesi nei quali il Villari 
trattò di storia, di letteratura, di arte, di politica, di educazione, 
primeggiano la Storia di Girolamo Savonarola, viva e drammatica 
rappresentazione dei contrasti tra lc opposte correnti intellettuali e 
morali del Rinascimento; Niccolò Machiavelli e il suo tempo ed I 
primi due secoli della storia di Firenze, nella quale opera egli con 
felice ed ammirevole intuito disegnò e fissò, antivenendo e promo- 
vendo le ulteriori ricerche, le linee generali della storia sociale e 
politica del Comune fiorentino. 

Ai collaboratori dell’ Istituto storico Italiano il nobilissimo esempio 
del Villari sarà sprone a compiere la maggior sonuna di doveri verso 
la scienza che l’Italia richiederà dopo la grande prova. 


9 agosto 1918. 
P. FEDELE. 


NECROLOGIE 59 


ERNESTO MONACI 


Da quattro anni, in quella che si può chiamare la famiglia 
dell'Istituto storico, frequenti e gravi si son succeduti i lutti: do- 
lorosissimo l’ultimo che l’ha colpita con la morte di Ernesto 
Monaci, avvenuta a Roma il primo maggio del 1918. 

Nato il zo febbraio 1844 a Soriano nel Cimino, da famiglia 
romana, il Monaci, compiuti gli studi secondari al Collegio Ro- 
mano e laureatosi in giurisprudenza nel 1865, esercitò per qualche 
tempo l'avvocatura. Ma più di quella professione, abbracciata 
forse per seguire le tradizioni e i desiderî domestici, lo attira- 
vano gli studi letterari, particolarmente quelli della filologia neo- 
latina, ai quali, abbandonata la pratica forense, si dedicò tutto e 
nei quali ritrovò subito il campo della sua migliore attività. Pre- 
sto, specialmente fuori d’Italia, il nome del Monaci ebbe fama 
fra i dotti. La Rivista di filologia romanza, che fondò nel 1872 
e continuò in seguito col titolo prima di Giornale di filologia ro- 
manza poi con quelli di Studi di filologia romanza c Studi romanzi, 
le Communicazioni dalle biblioteche di Roma, che iniziò pubblicando 
il Canzoniere portoghese della biblioteca Vaticana, rivelarono in lui 
un maestro. È il merito più singolare è che il maestro s' era for- 
mato da sì in un ambito di studi appena nascenti in Italia c quasi 
ignorati a Roma, dove il Monaci viveva e dove essi. non avevano 
nè insegnanti ufficiali nè privati cultori. E fu fortuna per la 
scienza italiana che la stima affettuosa di amici scegnalasse il 
valore di un tale uomo ad un ministro del tempo, grande ani- 
matore di studi e portato naturalmente ad apprezzare gli sforzi cd 
incoraggiare l’attività degli studiosi. Istituita nell’ Università di 
Roma nel 1875 la cattedra di storia comparata delle lingue e lette- 
rature neolatine, Ruggero Bonghi vi chiamò il Monaci. Da allora, 
associata all’opera di cultore quella assidua di insegnante c propa- 
gatore degli studi suoi, il Monaci nc fu riconosciuto da tutti come 
uno dei più autorevoli maestri. 


60 NECROLOGIE 


Numerosi non meno che importanti furono gli altri lavori filo- 
logici suoi: qui non si può lasciar di ricordare la Crestomazia ita- 
liana dei primi secoli, copiosa raccolta di antichi monumenti su- 
perstiti della lingua e della letteratura nostra, a cui il Monaci 
dedicò oltre venticinque anni dell’operosa sua vita. Ma di uno par- 
ticolarmente, che è l’ultimo dei suoi scritti, ci commuove ora il 
ricordo: quello che s'intitola Pe’ nostri manualetti, programma di 
una serie di piccoli manuali dialettali per l' insegnamento nelle scuole 
della lingua col confronto dei dialetti locali. Sempre, ma soprat- 
tutto mentre l’Italia combatteva per il suo diritto, egli reputava che 
pur con le armi della scienza fossero da difendere i nostri confini 
insidiati dal nemico anche con pretesi argomenti filologici. Di 
quest’ opera d'’italianità egli volle promotrice una istituzione da 
lui fondata c a lui carissima: La Societa Filologica Romana. E 
il piccolo ma prezioso scritto che ne espone il disegno fu l'ul- 
tima sua parola e si può ben dire il suo testamento scientifico e 
patriottico. 

Mente elevata e comprensiva, il Monaci era però persuaso che 
gli studi suoi non potessero esser coltivati isolatamente e staccati, 
per così dire, dal grande quadro storico a cui appartengono. Il 
passato nella sua estensione e nella sua continuità egli considerava 
come un tutto, alla piena conoscenza del quale dovessero tendere 
gli sforzi del filologo e dello storico. La civiltà antica c, con 
la decomposizione di essa nel medio evo, il sorgere della moderna, 
erano per lui una successione di fenomeni tutti e in ogni loro aspetto 
ugualmente degni di studio. Da ciò l’importanza che annetteva 
alle discipline ausiliarie della storia e della filologia, e l’attrat- 
tiva che in particolare esercitava su di lui lo studio della scrit- 
tura e delle arti grafiche dell’antichità e dell’evo medio, come 
quello che ci pone in contatto immediato con una delle maggiori 
manifestazioni della vita dei secoli trascorsi. 

È così che alla palcografia fu rivolta tanta parte dell’operosità 
sua. La Raccolta di antichi manoscritti per uso della scuola di filo- 
logia neolatina, pubblicata negli anni 1882-92, che comprende cento 
dei più notevoli documenti delle lingue derivate dal latino, c gli 
Esempi di scrittura latina dal secolo 7 dell'era moderna al xvzzz, pub- 


NECROLOGIE 61 


blicati nel 1898, furono destinati principalmente all’insegnamento, 
che impartito per tal modo coll’esame diretto, doveva dare e diede 
i più felici risultati. A tutto il pubblico degli studiosi fu destinato 
dal Monaci l'Archivio paleografico Italiano, vasta raccolta di facsi- 
mili fototipici cominciata nel 1882 c tuttora in corso, che offre, 
come quella della Palacographical Society inglese, un materiale co- 
piosissimo e preziosi clementi per l'osservazione e per. la compa- 
razione. 

Negli studi storici il Monaci aveva già fatto le sue prove 
contribuendo nel 1877 alla istituzione della Società Romana di 
storia patria, avviandone i lavori e partecipandovi egli stesso. 
Sorto nel 1883 l’Istituto storico Italiano, egli, che era stato uno dei 
promotori della nuova fondazione, dedicò ad essa gran parte della 
sua attività. Continue, vigili, laboriose furono le cure sue per 
determinare l’azione dell’ Istituto, e per avviarne, fissandone anzi- 
tutto le norme, le varie serie di pubblicazioni. Nelle discussioni 
che su tali argomenti sorgevano nelle adunanze plenarie e in quelle 
della Giunta esecutiva dell’ Istituto, era difficile e raro che non pre- 
valesse l'opinione sua fondata sul sapere e avvalorata dall’esperienza. 
Così son frutto degli studi e dei consigli suoi l’Organico per l’esecu- 
zione des lavorie i disegni delle varie pubblicazioni. Nè meno 
attiva ed efficace di quella dell’organizzatore fu per l’Istituto 
l’opera del collaboratore. La edizione sua del poema Le gesta di 
Federico I in Italia è uno tra i più finiti lavori suoi, e, insieme 
con quella del Diario di Stefano Infessura, curata da Oreste Tor- 
masini, dimostra la bontà delle norme proposte per la pub- 
blicazione delle Fonti. Ma più di quel modello di edizione, e più 
dell’aiuto quotidiano prestato nei primi tempi dell’Istituto quando 
tutto cra da disporre c da avviare, è ammirevole l’opera instan- 
cabile, incessante data ai lavori nostri dal Monaci da quei primi 
tempi fino al giorno della sua morte. Guida sagace e sicura nelle 
ricerche di materiali, nella determinazione e nella osservanza del 
metodo, consigliere paziente e amorevole di tutti, egli cra il fon- 
datore e il custode della tradizione dell’Istituto. 

L’opera di Ernesto Monaci, il grande impulso che ne ebbero 
gli studi storici c filologici, il valore degli studiosi formatisi alla 


62 NECROLOGIE 


sua scuola sono titoli indimenticabili di benemerenza. Ma i col- 
leghi e i collaboratori dell'Istituto storico Italiano, del quale egli 
fu per tanti anni l’anima ispiratrice, sentono sinceramente che il 
vuoto lasciato fra loro è di quelli che difficilmente si colmano. 


I. Giorgi. 


NECROLOGIE 63 


eto—— —_—_—_————___——_—_—__————_t 


GIULIO BUZZI 


Nella fervida attività degli studi, si è spenta improvvisamente 
in Roma il 16 settembre scorso la giovinezza rigogliosa del dot- 
tore Giulio Buzzi che l’Istituto storico Italiano già da diversi anni 
contava fra i suoi collaboratori. 

Nato il 4 maggio 1885 a Civitavecchia, egli scompare oggi 
bruscamente mentre giù cominciavano a tradursi in realtà le spe- 
ranze che di lui avevano concepito i suoi maestri, lasciando largo 
e doloroso rimpianto di sè fra quanti ne conobbero le doti del- 
l'ingegno e la grande bontà dell’animo. 

Compiuti in Roma, a traverso sacrifici non lievi, sostenuti 
con una costanza mirabile che fu l’abito di tutta la sua vita, gli 
studi, Giulio Buzzi mostrò, fin dai primi anni di Università, grandi 
attitudini alle discipline storiche ch’ egli doveva poi coltivare con 
tanto amore, e già nel 1912, quando era ancora studente d° Uni- 
versità, dava alle stampe il suo primo lavoro Per la cronologia di 
alcuni pontefici det secoli a-x1, pubblicato nell'Archivio della Società 
Romana di storia patria, nel qual lavoro già evidenti apparivano le 
doti che dovevano poi rendere pregevole la sua operosità scientifica. 

Dotato di profondo senso critico, animato da una volontà di 
lavoro infaticabile, ma nello stesso tempo paziente e non priva di 
metodo, egli univa ad attitudini veramente eccezionali per la ri- 
cerca dei documenti, l’acume ed il senso storico che occorrono 
alla ricostruzione ed interpretazione del documento stesso; e negli 
studi di paleografia e più ancora in quelli di diplomatica egli s'era 
acquistato un posto notevole fra gli studiosi, riscotendo per i suoi 
lavori apprezzamenti lusinghieri ed incoraggiamenti da parte di 
autorevolissimi cultori delle discipline storiche. 

La sua speciale competenza nella storia ravennate, alla quale 
‘aveva dedicato lunghi anni di studi e di ricerche, ed il suo valore 
di diplomatista rendono particolarmente utili e di grande interesse 
per gli studiosi le Ricerche per la storia di Ravenna e di Roma 


64 NECROLOGIE 


— ——_——————_—_———É6—_—————T——€—+6€€—&6———t——6m6m e  _6—__+——_—r———_y_ tt. — _ 


dall'8so al 1118 e La Curia arcivescovile e la Curia cittadina di Ra- 
venna dall'8so al 1118, pubblicate nel 1915, questa nel Bullettino 
dell’ Istituto storico Italiano, quella nell'Archivio della R. Società 
Romana di storia patria, della quale fu per due anni alunno. 

Collaboratore deil’ Istituto storico, egli era stato incaricato di 
una larga esplorazione, che andava compiendo da varî anni, delle 
carte ravennati, delle quali voleva preparare l'edizione nei Regesta 
Chartariuim Italiae, c già in collaborazione col suo maestro, il 
prof. Vincenzo Federici, aveva compiuto il primo volume del Re- 
gestum Ecclesiae Ravennatis e Tabulario Estensi e condotto presso 
che al termine il secondo. 

Spentosi poi il prof. Carlo Cipolla lasciando incompiuta la 
stampa del suo Codice diplomatico di San Colombano di Bobbio, 
il Buzzi, per incarico dell’ Istituto, si assunse il grave compito 
di condurla a termine; e giù l’opera stava per vedcre felice- 
mente la luce quando la morte lo colse. Ai due volumi di 
testo egli ha aggiunto un terzo di Giunte e correzioni dove, in una 
serie di capitoli sul sistema di datazione bobbiesc, sulle falsifica- 
zioni, e sui beni patrimoniali del monastero, ha raccolto con grande 
maturità di giudizio il frutto di più anni di studio. 

Tale è, per non parlare delle sue cose minori, l’attività scien- 
tifica di Giulio Buzzi. 

Fra i tanti lutti che nel breve volgere di questi ultimi anni si 
sono abbattuti sull’ Istituto storico, non indifferente quindi ci riesce 
la perdita di Giulio Buzzi, e nel rimpianto di tanti venerandi mac- 
stri scomparsi noi confondiamo anche il nostro vivo dolore per 
questa giovane vita spezzata, su cui tante speranze si fondavano 
per l'avvenire. 


R. MORGHEN. 


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